25 APRILE... FESTA PER QUALE LIBERAZIONE?
LA MORTE DELLA PATRIA, IL RUOLO DELLA RESISTENZA E LE RESPONSABILITÀ DEI MILITARI

Il clima disfattista di alcuni vertici politici e militari, la loro accertata intelligenza col nemico - codificata anche nello stesso Trattato di Parigi del 1947(*) - , la loro ipocrisia a rimanere comunque operativi nei loro vitali posti di comando, nonostante la loro avversione ideale al Fascismo e in barba a qualsiasi etica e coerenza, segnò inesorabilmente le sorti della guerra e infranse i sogni di potenza mediterranea dell’Italia.
Molto si è argomentato e confutato su questo triste aspetto della nostra recente storia nazionale, ma sempre si è preferito calare il velo del silenzio e dell’omertà contestualmente ad una costante, martellante e non sempre giustificata propaganda ideologica in nome dell’antifascismo militante, con la quale si è voluto di fatto negare quella necessaria indagine storica che, invece, se accurata, potrebbe fare finalmente luce su talune torbide vicende del periodo bellico 1940 - 1945. Ad esempio, potrebbero rivelarsi le responsabilità di molti illustri
imboscati, autoproclamatisi eroi e martiri, sfuggiti al giudizio della storia per il sol fatto di aver ritirato in tempo utile la loro adesione al Fascismo nel momento in cui si concretizzava l’ipotesi di una disfatta militare. Fare luce su queil tragico momento della storia d'Italia potrebbe stimolare quella necessaria e salutare riflessione interiore, premessa indispensabile per chiudere seriamente i conti col passato e addivenire finalmente alla riconciliazione nazionale, recuperando negli italiani quella smarrita identità e comune senso di appartenenza.
Renzo De Felice, in un suo libretto/intervista intitolato
Il Rosso e il Nero, che ha fatto molto discutere, ha riassunto le sue interpretazioni intorno al Fascismo e all’antifascismo e alla questione - recentemente sollevata – concernente la perdita del senso di identità nazionale degli italiani. Le sue argomentazioni sono piuttosto complesse e derivano dalla sua lunga attività storiografica intorno al Fascismo.
Queste, per sommi capi, le sue argomentazioni:
a) Secondo De Felice, con l’8 settembre 1943 si sarebbe consumata, nella coscienza popolare degli italiani, una catastrofe ideale, la perdita dell’idea di nazione che avrebbe
«minato per sempre la memoria collettiva nazionale».
Per De Felice questo evento compromise anche quel primo approccio all’
amor di patria che, a suo parere, sotto il Fascismo, gli italiani avevano effettivamente maturato: scrive, infatti, che
«il sentimento comune degli italiani, alla fine degli anni Trenta, era di totale fiducia per Mussolini; controllando bene le cifre, si scopre che la partecipazione volontaria alla seconda guerra mondiale fu maggiore che nella Grande Guerra…».
b) Un duro giudizio viene espresso sulla Resistenza e sul mito della lotta di popolo cui molti storici dell’antifascismo hanno attinto per costruire una realtà virtuale.
«La Resistenza – scrisse De Felice - è stata un grande evento storico. Nessun revisionismo riuscirà mai a negarlo. Ma la storia, al contrario dell'ideologia e della fede, si basa sulla verità dei fatti piuttosto che sulle certezze assolute. Descrive il mondo come è stato, non come si vorrebbe che fosse stato. Una vulgata storiografica, aggressivamente egemonica, costruita per ragioni ideologiche, spesso usata per scopi politici, ha creato, invece, una serie di stereotipi che ci hanno impedito di dipanare quell'intricata matassa in cui si aggrovigliano i nodi irrisolti degli ultimi cinquant'anni della storia d'Italia».
La Resistenza, per De Felice fu principalmente opera di una minoranza e offrì scarso valore militare:
«...ho pensato di fare un conto, approssimativo ma significativo, poter delimitare il numero degli individui coinvolti dall’una o dall’altra parte: sono arrivato a 3 milioni e mezzo - 4 milioni, mettendo insieme familiari stretti e parenti lontani, amici vicini. Pochi rispetto a quei 44 milioni di persone che abitavano allora l’Italia».
Questa argomentazione viene usata per contestare il fatto che la Resistenza possa avere compensato (o riscattato) la disfatta morale dell’8 settembre e per sostenere collateralmente che la retorica della Resistenza è stata creata dai partiti antifascisti del dopoguerra.
c) De Felice usa il termine opportunità invece di opportunismo per giustificare l’attendismo istintivo assunto da milioni di italiani disorientati nel periodo compreso tra l’8 settembre e il 25 aprile, e che generò una ampia
"zona grigia" in cui l’unica speranza che affiorò era la conclusione del conflitto:
«La gran massa degli italiani, sebbene pochi furono coloro che riuscirono a non essere coinvolti, non solo evitò di prendere una chiara posizione per la Resistenza, ma si guardò bene dallo schierarsi a favore della Rsi».
d) Lo scarso ruolo della Resistenza viene ulteriormente qualificato in base agli eventi successivi:
«...Dopo il 25 aprile, non fu infatti la Resistenza ad andare al potere, bensì saranno due partiti nuovi, a conquistare il consenso delle masse. Dietro di loro, due grandi potenze: la Russia di Stalin e il Vaticano di Pio XII».
e) Questo complesso di eventi avrebbe determinato la mancanza di senso della nazione negli italiani di ieri e di oggi.
Posizioni molto simili a quelle di De Felice sono state espresse, ma con maggiore veemenza polemica, da
Ernesto Galli della Loggia, nel suo libro
La morte della patria.
Quali le cause? Galli della Loggia muove dalla premessa secondo cui, nella storia d’Italia, l’idea di nazione non si è sviluppata spontaneamente, ma è stata introdotta attraverso una sorta di nazionalizzazione delle masse prodotta dallo Stato nazionale, per cui
"il concetto e il sentimento di patria" per gli italiani erano (e forse ancora sono) ideologicamente e strettamente intrecciati alla presenza dello Stato.
Due fenomeni convergono dunque nell’8 settembre:
a) la crisi e la scomparsa dello Stato, in conseguenza delle modalità della sconfitta bellica;
b) «la sensazione diffusa in moltissimi abitanti della penisola che la sconfitta, in realtà, è stata causa e insieme prodotto e manifestazione, di qualcosa di molto grave e profondo: di una paurosa debolezza etico-politica (...) degli italiani».
Per Galli della Loggia questa
«intima gracilità dell’organismo e della tempra nazionali» è «difficilmente collegabile in modo diretto e significativo al Fascismo e ai guasti della dittatura…».
In altre parole, il collasso istituzionale che ha avuto il suo triste epilogo con l’
8 settembre 1943 non sarebbe del tutto spiegabile con le sole responsabilità del Fascismo, ma scaturirebbe da un originario difetto nazionale:
«…la crisi politico-militare presenta un aspetto evidentissimo di crisi di capacità e di efficienza degli apparati amministrativi e tecnici, la quale riflette a propria volta un deficit di competenza unito a un vuoto spirituale, di carattere, che trascendono il regime e mettono in gioco, immediatamente e direttamente, la credibilità della sfera pubblico - statuale del paese... ».
Nel precipitare degli eventi fu determinante il comportamento delle Forze armate, di branche decisive dell’amministrazione e dei gruppi dirigenti.
In polemica con Norberto Bobbio, Galli Della Loggia ribadisce che la sconfitta non si spiega con la guerra fascista:
«... per l’intera durata della guerra il complesso dell’organismo militare italiano da un lato sembra incapace di prestazioni minimamente adeguate, e dall’altro sembra percorso fin dall’inizio da un sentimento di fatalità della sconfitta, così forte da divenire una sorta di profezia che si autoavvera e di fronte alla quale conviene rassegnarsi».
Ma c’è di più. Per Galli della Loggia il nesso Stato-forza militare incide profondamente nelle culture umane e nella psicologia collettiva. La virtù militare ha un posto di grande rilievo nel radicamento del sentimento di autostima nazionale, perché si lega indissolubilmente al
«sentimento dell’onore e della libertà (intesa come il rifiuto di porsi volontariamente in balìa altrui), nonché all’obbligo di difendere l’uno e l’altra, che da sempre sono state ritenute proprie ed essenziali di una compagine politica, di un "popolo" politicamente organizzato».
In sintesi: l’
insufficiente identità italiana ha una dimensione antropologica e il dissolvimento dello Stato ha rivelato agli italiani che quello stesso Stato - prima liberale e poi fascista in cui avevano posto per necessità storica tutta la loro identità - era in realtà un bluff (politico, amministrativo, militare, ecc...), per cui si sono ritrovati orfani e soli ad organizzare la sopravvivenza.
E poi? Della Loggia sembra seguire uno schema simile a quello di De Felice. Gli italiani traumatizzati dalla rivelazione della debolezza costitutiva sarebbero caduti nelle mani della partitocrazia che avrebbe costruito la retorica antifascista, ma non avrebbe posto rimedio alla debolezza.
Le
disfatte militari sono nella storia di tutti i popoli e di tutte le grandi potenze: sono un momento di sbandamento collettivo, ma consentono anche di fare quadrato e di interrogarsi per comprenderne le cause e non ripetere determinati errori. Stringersi e riconoscersi attorno al comune dramma, peraltro, esalta un comune senso di appartenenza, quindi crea le premesse della identità nazionale.
In Italia non è accaduto nulla di tutto ciò.
In un’intervista concessa a Francesco Carella e comparsa sul quotidiano
Il Tempo di Roma il 20 novembre 2002,
Elena Aga Rossi - storico contemporaneo di scuola defeliciana, studiosa della seconda guerra mondiale, nonchè docente alla scuola superiore della pubblica amministrazione presso la Presidenza del Consiglio - , affermava:
«La memoria condivisa? Senza la verità sul nostro passato, rimarrà una chimera… Ancora oggi l'Italia è l'unico Paese europeo nel quale a più di mezzo secolo di distanza dalla sconfitta dei regimi fascista e nazista, termini come fascismo e antifascismo continuano ad avere una valenza politica dirompente e sono usati spesso strumentalmente nella lotta politica. Segno evidente della difficoltà di chiudere un'epoca storica… Non c'è dubbio alcuno che all'indomani del secondo dopoguerra in tutte le democrazie europee si sia consumata una sorta di rimozione collettiva sulle vicende del nazifascismo. Ma se in Germania, grazie anche agli stimoli giunti da studiosi stranieri, si è messa in moto una ricerca storiografica che sta scavando, senza più remore, nella questione del consenso al nazismo, in Italia questi argomenti devono essere maneggiati, ancora oggi, con molta cautela»
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Ciò, a parere della
Aga Rossi, perché
«… dopo la fine del secondo conflitto mondiale era molto forte nel nostro Paese l'esigenza morale e politica di superare la guerra civile e di costruire su nuove fondamenta l'identità e l'unità nazionale. Tutto questo spinse le diverse forze politiche a porre i valori dell'antifascismo come base del nuovo regime repubblicano, innalzando la Resistenza da fatto storico a entità mitologica. La scelta della categoria dell'antifascismo, quale fondamento del nuovo Stato italiano, ha finito con il favorire un approccio ideologico sia nella pratica politica che nella storiografia nazionale»
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NOTE(*) Con un febbrile lavoro politico-diplomatico, nel Trattato di Parigi del 1947 (che, sotto questo aspetto, fu veramente tale…), si inserì una norma ad hoc che suggellò definitivamente la volontà a nascondere talune verità in favore di una ricostruzione manipolata degli avvenimenti storici. La lettura di questa norma avvalora la fondatezza delle tesi di coloro che accusano alcuni vertici militari dell'epoca di gravissime responsabilità oggettive e soggettive, con particolare riferimento a taluni loro esponenti di spicco.
Nella parte relativa alle “clausole politiche”, spicca infatti l’art.16 che stabilisce inequivocabilmente quanto segue:
“L'Italia non perseguirà né disturberà i cittadini italiani, particolarmente i componenti delle Forze Armate, per il solo fatto di avere, nel corso del periodo compreso tra il 10 giugno 1940 e la data dell'entrata in vigore del presente Trattato, espresso la loro simpatia per la causa delle Potenze Alleate ed Associate o di aver condotta un'azione a favore di detta causa”.
Che fosse un “Dettato” e non un “Trattato” è testimoniato anche da un altro aspetto: ossia, dall’incoerenza interpretativa che si dà sulle azioni compiute dai c.d. “criminali di guerra”, elevati al ruolo di eroi (nel caso dell’art.16) o in quello di traditori (art.45), a seconda dell’interesse di parte. Recita, infatti, l’articolo 45, comma b):
“L'Italia prenderà tutte le misure necessarie per assicurare l'arresto e la consegna, in vista del loro giudizio:
a) delle persone accusate di aver commesso, ordinato dei crimini di guerra e dei crimini contro la pace e l'umanità, oppure di esserne stati complici;
b) dei cittadini di tutte le Potenze Alleate ed associati accusati (dagli Alleati stessi, n.d.r.) di aver violato le leggi dei rispettivi Paesi commettendo degli atti di tradimento collaborando con il nemico durante la guerra".
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Edited by BasileusI - 24/4/2009, 17:28